Ponti

bir hakeim bridge HR

“Il ponte conduce su e giù gli itinerari esitanti o affrettati degli uomini, permettendo loro di giungere sempre ad altre rive e, da ultimo, di passare, come mortali, dall’altra parte” M. Heidegger link

E’ incredibile quante volte nei servizi dall’estero alla TV il segno distintivo della città altra è un ponte. Nei servizi da Londra c’è quasi sempre il London Bridge, lo Sprea non manca mai di sbucare dalle architetture super-moderne di Berlino, di Parigi ci mostrano sempre una qualche romantica scala della Rive Gauche o un battello che passa sotto un ponte. I ponti  sono evidentemente dei posti familiari in cui lo spettatore si riconosce, strutture eminentemente urbane che narrano la differenza tra l’ambiente della natura (domata), il fiume,  e l’opera dell’uomo.

In questi giorni non do più per scontati i ponti, i bus, le città e i supermercati. C’è stata negli ultimi mesi una forte concentrazione mediatica sui disastri che a l’Aquila, ad Haiti, in Cile hanno spazzato via le strutture pubbliche e private che permettono ai cittadini di una qualsiasi città di lavorare, riposare e muoversi. Quando mi metto nelle scarpe delle persone che sono sopravvissute a questi disastri sento un disagio profondo, mi viene a mancare la terra sotto i piedi. Mi accorgo che per anni ho dato per scontato l’esistenza di uno sfondo solido che mi sorregge in ogni momento della mia vita da non-terremotato. Il mio sguardo in città non arriva all’orizzonte, è limitato dai palazzi e dai condomini: per quanto limitato è comunque stabile. Le strade continuano a portarmi dove voglio andare, trovo il cibo la dove l’ho sempre trovato; i ponti continuano a portarmi oltre il Po, le due Dora e la Stura.

In una città integra solo alcuni pazzi sperimentano sovente la sensazione che il mondo fatto di case, ponti, cemento e svincoli crolli. Comincio a provare un affetto profondo e una riconoscenza per questo sfondo stabile che mi consente di stare solidamente in piedi a fare le cose che faccio, tutti i giorni. Ma è un affetto dal sapore strano. E’ come l’affetto che provo per certe parti di me stesso che mi sostengono ed esistono, e che solo raramente emergono alla luce della mia attenzione cosciente. So che ci sono, le dò per scontate. Nella finzione letteraria o cinematografica  si narra a volte di un doppio: un gemello che ha vissuto nella stessa città del protagonista per anni, ha calpestato le stesse strade, passato gli stessi ponti e di cui intimamente sa – allo stesso tempo – molto e molto poco. Da qualche giorno faccio un retto sforzo di osservare il diverso che mi sostiene, incontro il mio doppio fatto di catrame, cemento e case miracolosamente intatte.

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2 Trackbacks

  1. Scritto da Logorare un po’ la soglia | counseling e cambiamento il 23 marzo 2010 alle 12:08

    [...] soglia è per il mondo intimo di una persona ciò che i ponti sono in città. Entrambi sono luoghi fisici di passaggio – sempre un po’ sotto la [...]

  2. Scritto da Logorare un po’ la soglia | counseling e cambiamento il 26 marzo 2010 alle 10:46

    [...] luoghi fisici di passaggio – sempre un po’ sotto la nostra soglia di consapevolezza, eppur presentissimi.  Conducono coloro che camminano a passare da uno spazio all’altro, ci obbligano dolcemente [...]

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