Cosa devo sapere di me per rinunciare a qualcosa?

Ho ri-divorato (con attenzione) Tecnologie del Sè di Michel Foucault e l’attenzione si è fermata su una sua domanda che mi appare come l’ombelico del libro: “che cosa si deve sapere  di se stessi per essere disposti a rinunciare a qualcosa?” (pag. 11). Questa domanda, ci dice Foucault, propone un’indagine di ordine opposto a quella di Max Weber. Il sociologo tedesco nella sua Etica Protestante aveva esplorato “a cosa si deve rinunciare, per sapere qualcosa di sé”.

L’austero borghese riformato agli albori dell’epoca industriale doveva rinunciare ad una vita piena, corporea e sensuale, gettarsi con totale dedizione nella gestione del suo business e grazie a questo avere un’indicazione del fatto che la sua anima sarebbe stata eternamente salva. Mai prima di allora la salvezza dell’anima era stata associata alla disciplina ferrea con cui una persona (un professionista) gestiva la propria attività produttiva o commerciale. Il progresso verso la congiunzione con Dio, oltre a trovare un impedimento nella libera fruizione del capitale accumulato dal proto-borghese, era segnato da una costrittiva rinuncia ai piaceri del corpo e delle emozioni. Troveremo la stessa etica sobria, laboriosa e un po’ grigia dall’altra parte dell’atlantico, nel New England Puritano (una bella descrizione in “Gli Europei” di Henry James).

I polverosi testi di sociologia parlano di “ascesi intra-mondana“, il sapore psicologico di una tale ascesi è quella di una esclusione del corpo e delle sue emozioni per aver una chance di salvezza nel futuro. Weber parlerà della gabbia di acciaio come della progressiva sostituzione di azioni orientate dall’affetto e dai valori (emozioni) con azioni finalizzate ad ottenere uno scopo razionale e misurabile.  Si può rintracciare la stessa gabbia e la stessa rinuncia ascetica anche in Freud: per attuare la rinuncia agli impulsi dell’ES (comportamento affettivo) postula dei meccanismi oppressivi (rimozione) o produttivi (sublimazione).

La domanda di Foucault apre uno spazio di libertà che mi fa stare bene, prima di tutto nel mio corpo – mi da profondo sollievo essere uscito dalla gabbia d’acciaio. Foucault mette la conoscenza a monte della rinuncia al piacere. Per sapere qualcosa di vero su di me (se sono buono/cattivo, salvo/non salvo, progredito/non progredito, se avrò o non avrò un futuro felice, etc…) non devo rinunciare all’azione del corpo e sul corpo. Non devo affatto rinunciare alle mie emozioni. La questione per ogni persona diventa “cosa mi serve conoscere di me stesso per rinunciare a delle azioni che ritengo non-etiche? Come miglioro me stesso? (come mi prendo cura di me? diceva Foucault)”.

Non occorre reprimersi per sapere qualcosa di sé e per migliorarsi (avere un comportamento etico o ottenere il tanto di felicità a cui posso aspirare). L’etica ha un fondamento prettamente individuale e soprattutto esperienziale, le emozioni sono un mezzo di cognizione (Perls, Hefferline and Goodman. Teoria e Pratica della Gestalt), non esistono meccanismi autonomi come la repressione o la sublimazione: questi sono costrutti teorici che giustificano una fuga dal corpo. Quello che limita la mia possibilità di azione è piuttosto l’ansia, un’emozione  che segna il confine tra ciò che potrei fare e quello che realmente faccio.  L’ansia (la mia ansia) posso imparare a gestirla e conoscerla dentro al mio corpo, gradualmente posso farla diminuire – esponendomi saggiamente a livelli sempre più elevati di questa. Con “La repressione” o “la sublimazione” ci posso fare a pugni, esplorare il loro coefficiente di eticità o di verità: difficilmente le sentirò nel mio corpo.

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