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Piergiulio Poli
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One-man-band: promuovere la professione emergente
Una delle cose che mi attrae del counseling è il fatto che come “imprenditore di me stesso” accentro in un medesimo corpo competenze che in un’azienda privata sono diffuse tra differenti persone, con differenti ruoli aziendali, retribuzione e spesso geograficamente molto distanti. Sono allo stesso tempo approvvigionamenti, amministrazione, ricerca e sviluppo, vendite e marketing – Direttore Generale e tirocinante. Il corpo sociale a cui faccio capo non è un’azienda o un gruppo di aziende, piuttosto è l’insieme (effimero e cangiante) delle persone che mi stanno attorno, mi conoscono e riconoscono.
Qualche diagnosta potrebbe dire che sono uno che nell’attività di produzione vuole fare tutto da sé, un egotico con una questione aperta con il controllo. In parte avrebbe ragione. Devo anche dire che sono stanco di lavorare per altri, indossare il cappello di associazioni, aziende pubbliche o private, cooperative che fatico a rappresentare. Oltre a questo c’è che sto dando al mio lavoro una forma che è diventata gestalt forte nella nostra società attuale, anche dentro alle aziende con tremila dipendenti: quella dell’auto-imprenditore. Persino ai lavoratori dei call-center sono esplicitamente richieste competenze di gestione del tempo, comunicazione, team-work un tempo esclusivamente appannaggio dei manager. Nella logica di un’azienda “leggera” (lean company=che taglia i costi) i manager stessi hanno dovuto ri-accentrare in se stessi competenze delle scomparse segretarie: devono rimettersi a battere lettere, fare fotocopie ed escogitare nuovi modi per non farsi trovare al telefono.
C’è una forte componente di artigianalità nel lavoro del counselor. Nello svolgere il mio lavoro emergente – un lavoro che non mi da ancora da vivere – mi sento più vicino ad un calzolaio che a un medico o a un dirigente di assicurazione. Il counselor non deve infilare chiodi nelle suole né maneggiare martelli, ma ci va del fisico per fare il counselor: occorre camminare, salire scale, presentarsi, parlare a volte per ore, stare svegli la notte, iniziare a lavorare molto presto la mattina.Per alcuni essere counselors ha significato ricavare una nuova stanza a casa – (nel sottotetto, in cantina) ridipingere, aggiustare, arredare. Per molti è stato necessario presentare al cliente o al potenziale partner una faccia rasata (se maschio), ragionevolmente riposata, un corpo non troppo flaccido.
E poi occorre ascoltare, parlare, emozionarsi ed emozionare clienti, partners e persino “concorrenti”. Occorre trovare le parole per spiegare chi siamo, parole a volte difficili da trovare perchè non sono state scritte da nessuna parte, men che meno nella Legge. Nel presentare la propria professione emergente a volte può essere controproducente essere troppo convincenti, cercare di convincere troppo, parlare troppo o a sproposito: è mooolto più importante ascoltare. Altre volte invece le parole vengono fuori dritte “dal cuore”, ed entriamo in contatto con l’interlocutore, ci mettiamo nelle sue scarpe e lui nelle nostre. Abbiamo un momento di contatto. In quei momenti sono veramente contento, anche se quel particolare medico non mi invierà un cliente, o se un primo colloquio con un potenziale cliente resterà un primo colloquio, per sempre.
Occorre cervello, fare un minimo di chiarezza nella legislazione italiana e magari estera per capire fino a che punto il counseling sia “riconosciuto”. Sopportare la tristezza intrinseca delle carte bollate, provare a rendere interessanti per il proprio cervello procedure, associazioni, aspiranti neo-corporazioni con posizioni a volte insostenibili. Andare a conferenze, leggere libri provando a dare una veste teorica a quanto si fa, anche solo per giustificare una posizione teorica – in un mondo in cui le teorie sono sempre più deboli, locali e di corto raggio.
Occorre un marketing molto particolare per una professione di questo genere, individuale, emergente eppur votata al bene comune, a ricostruire il legame sociale che si sta deteriorando. Ci va un marketing low-cost ma di alto valore, che mette insieme competenze che nelle S.p.A. sono diffuse tra teste e corpi molto diversi, e che ogni buon venditore con i capelli grigi – da solo con la sua valigetta del campionario – conosce a menadito.
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