“Psychiatry in a new key” di Fritz Perls

In un manoscritto non pubblicato di Perls dell’inizio anni ‘50, scaricabile dal sito gestalt therapy page c’è un riferimento diretto all’esperienza del lutto e della perdita. Perls presenta due mini-casi: un uomo che non riesce a rassegnarsi al fatto di aver perso una gamba e un uomo che a seguito della morte del padre ha versato solo un ‘rivoletto di lacrime’. Qui di seguito desidero mettere questi due esempi nel contesto dello scritto di Perls e trarre alcune conclusioni relative, non tanto a cosa Perls pensasse “veramente” del lutto, quanto ad alcune possibili indicazioni per il lavoro di counseling e psicoterapia (per altro già note).

L’uomo che ha perso una gamba “sopporta la situazione con un sorriso e irrigidendo il labbro superiore. Qualsiasi depressione o infelicità che inizia a sviluppare è interrotta con una tetra determinazione ad ‘aggiustare se stesso’. Continua a considerarsi come un uomo che ha due gambe e che ne ha persa una, continua a trovarsi nella posizione di essere senza una gamba e sopportare la situazione. Non è sufficiente portare la croce, deve attraversare la crocifissione per risorgere come un un nuovo e differente organismo, un organismo mono-gamba con un equilibrio differente e un altro potenziale rispetto a prima” (pag. 15).

L’uomo che non ha pianto a sufficienza suo padre dice “di essersi sentito sollevato quando la persona che dominava e regolava la sua vita è morta. [...] Ma nel suo non risolvere il lutto lo mantiene vivo, ha introiettato il vecchio uomo. Continua ad avere fantasie relative al padre, di lui che gli da ordini, di se stesso che ha ancora bisogno di lui per decidere. Solo dopo aver attraversato il suo lutto, la sua solitudine, potrà rinascere per quello che è, non un orfano ribelle, ma un uomo adulto che ha bisogno di ’supporto esterno’ e guida” (pag. 15).

Nelle prime pagine di Psychiatry in a new key Perls rende noto che il suo obiettivo è il chiarimento linguistico di alcuni concetti cardine della Gestalt per redimere delle confusioni terminologiche depositate nel linguaggio comune e nell’armamentario psicanalitico del suo tempo. Il lavoro di chiarimento impiega i termini di attenzione, fantasia, coscienza e deliberatezza dell’atto per rifocalizzare l’attenzione del lettore troppo abituato a termini imprecisi e carichi di storia come mente/corpo, conscio/inconscio, istinto, libero arbitrio/determinazione. L’intento di Perls è quello di sostituire alcuni termini che nell’uso psicoanalitico sono stati sostanzializzati, (reificati, in altre parole resi dogma) ricorrendo a descrizioni fenomenologiche, fedeli all’esperienza piuttosto che ad un quadro teorico prestabilito.

Perls inserisce i due casi sopra citati nella parte del testo in cui si ripromette di chiarire i concetti di libero arbitrio e determinazione. Secondo Perls, la teoria istintuale di Freud limita eccessivamente l’area di libero arbitrio individuale. Per la psicanalisi ortodossa la repressione dell’istinto a livello individuale crea il sintomo secondo un meccanismo piuttosto automatico e sul quale la singola persona non ha alcun controllo o visibilità: “come possiamo parlare di cosa fanno gli istinti se non siamo nemmeno coscienti di essi?” (pag 14). Per Freud l’istinto e le resistenze messe in atto dall’individuo risiedono ampiamente sotto il livello di coscienza dell’individuo. Solo gli psicoanalisti (freudiani, ortodossi, degli anni ‘50) sono convinti di poter portare alla luce il senso del sintomo, il suo contenuto represso. Di tale estrazione di senso e della successiva condivisione con il paziente consiste il lavoro psicanalitico tradizionale.

La descrizione dei due mini-casi dimostra come in Gestalt non si lavora all’estrazione di un senso del sintomo o alla dinamica della repressione. Piuttosto il sintomo (non l’istinto o la repressione) è ciò con cui il paziente interagisce “ciò che facciamo, e lo facciamo frequentemente, è di interferire con con quei segni e sintomi […] lo facciamo interrompendo il processo in atto” (pag. 14). Nel caso dell’uomo che ha perso la gamba egli continua volontariamente ad ‘aggiustare se stesso’ e ad interrompere il processo di diventare un completo uomo mono-gamba. Nel caso dell’uomo che ha perso il padre, egli continua volontariamente a restare aggrappato al sé bisognoso di suo padre, interferendo volontariamente con la sua evoluzione in un uomo separato.

Il supporto offerto dal counselor “deve essere l’insegnamento della non-interruzione”. “Ma come possiamo fare questo senza cadere nell’errore di interrompere l’interruzione?” (pag. 15) . La prima indicazione è quella di non interpretare, non cercare un secondo senso, profondo, a ciò che osserviamo: “se uno si sintonizza sulle interruzioni, egli ha di fronte a sé, l’intero quadro clinico. Non deve indovinare né interpretare.” (pag 16) in questo modo il terapeuta non si trova a lavorare con materiali sottoposti a censura, ma direttamente con il censore, una modalità di interruzione messa in atto direttamente dal sé.

La seconda indicazione è relativa allo svolgimento del lutto che ha una manifestazione piena, sentita e dolorosa, come l’attraversamento di una crocifissione e l’attraversamento di un dolore. Perls riconosce a Freud la maestria nel documentare il processo“che può essere completato con vera necessità, con una parte del sé, attraverso una profonda afflizione e tristezza, per esempio di quella parte che era in contatto con l’amico deceduto” (pag 15). Il lutto non è qualcosa che può essere esperito parzialmente o sommessamente.

La terza indicazione è relativa alla distruzione di parti si sé come una modalità dell’interruzione di contatto, un’interruzione di tipo definitivo, irreversibile – precedente il ritiro (ultimo stadio del ciclo). L’uomo che ha perso la gamba deve prima di tutto distruggerla dentro di sé; l’uomo che vive solo parzialmente il suo lutto deve ‘rinascere’. Solo al termine della distruzione può avvenire il ritiro, rientro verso di sé e reinizio di una nuova vita.

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