Storia della follia italiana (online)

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A questo link si può leggere e scaricare un libro pubblicato da Marsilio Editore che raccoglie alcuni saggi scritti negli anni ‘70 e ‘80 da Mario Galzigna.  Per alcuni versi questo volume è una Storia della follia scritta da uno storico della psichiatria italiano, a qualche anno di distanza dal lavoro pionieristico di Michel Foucault. I saggi prendono in esame i prodromi ottocenteschi della clinica psichiatrica con l’intento di descrivere lo sfondo dal quale è emersa la clinica del novecento, l’istituzione con cui gli esponenti dei movimenti di umanizzazione (tra cui Basaglia) hanno dovuto fare i conti.

Ho letto con interesse il primo saggio “la voce dei soggetti” che illustra il metodo storico utilizzato da Galzigna per descrivere  le pratiche sanitarie, cliniche, amministrative, politiche, psichiatriche, mediche e di polizia che per tutto l’ottocento sono state vive nel manicomio di San Servolo a Venezia. Questo saggio introduce i lineamenti di un metodo storigrafico modellato sull’analisi di documenti storici ed archivi, non distante da quello praticato dalle Annales: le spiegazioni storiche sono sostenute da cartelle cliniche, registri, descrizione di casi clinici e manoscritti vergati soprattutto da psichiatri ma anche degli internati.

Il metodo storico che Mario Galzigna presenta esclude l’esistenza di un senso “vero” che dovrebbe essere in qualche modo nascosto nei muti registri e archivi. L’operazione, onesta, è quella della creazione di un “intrigo” (pag. 17), ovvero la tessitura di una matrice complessa di ipotesi su come gli eventi registrati in quelle pezze burocratiche hanno formato e sono state formate dalle esperienze vissute di pazienti, medici e psichiatrici. I documenti presi in esame sono di quattro specie: le “buste maniaci” (raccolta di documenti clinici e dati anamnestici individuali rilasciati da vari ospedali, comune, ed enti di carità), le “buste esibiti” (carteggi amministrativi tra il manicomio vari enti di polizia ed amministrativi, note spese), i “registri” (registri di spesa, di farmacia, di entrata/uscita dei degenti, di morte) e le “cartelle cliniche” compilate dagli alienisti.

Sullo sfondo del secolo che vide la maggior espansione della burocrazia, l’archivio rappresenta una fedele registrazione di eventi puntuali che si sono verificati durante tutto il XIX secolo in un ospedale psichiatrico (lettere di amministratori, conti economici, registri degli internamenti nella struttura, referenziamento e trasferimento da e ad altre strutture, registrazioni dello stato del paziente, misurazioni medico-scientifiche, date degli incontri con i medici, descrizioni dei trattamenti, notazioni teoriche degli “alienisti”, diagnosi, scritture datate di cui i pazienti sono autori). Il semplice fatto che quei registri sono stati stampati e poi compilati e quelle note siano effettivamente scritte sono traccia reale di pratiche che hanno avuto come oggetto i corpi e le menti dei degenti. Allo stesso modo quelle registrazioni testimoniano il modo in cui quelle pratiche sono state messe in atto da parte di individui e gruppi professionali ognuno con il proprio orientamento teorico/clinico e la propria funzione clinica, amministrativa, politica, religiosa o clinica.

Uno dei risultati (o dei sottoprodotti) dell’applicazione di un tale metodo è che tutte le persone istituzionalmente in carico di gestire il malato giocano ruoli piuttosto immutabili. Sono all’interno di qualche processo, ad apporre una firma, segnare una dimissione, compilare una diagnosi, scrivere una lettera per l’ampliamento di uno stabile o per ottenere il finanziamento di un progetto.  L’immutabilità di questi ruoli proviene da una scelta individuale reiterata da parte dei reali individui storici: quando un essere vivente compila un modulo, firma un registro,  sottoscrive cioè un evento registrato abiura ad una parte di sè – quella che potrebbe non firmare, non sottoscrivere, giocare un ruolo fuori da quell’istituzione. Quello che ci resta nell’archivio è una traccia di come le cose non siano andate differentemente: all’aleatorietà e pericolosità della scelta di non firmare, non sottoscrivere, sono state fatte scelte supportate dall’istituzione, condivise dall’individuo. Non possiamo fare alcuna valutazione sulla moralità di quelle scelte, se quegli psichiatri fossero o meno in buona fede, possiamo dire che hanno apposto firme, registrato degenze INVECE che non.

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