Empowerment: l’attenzione al gruppo

Empowerment è una parola entrata nel vocabolario degli operatori dello sviluppo personale e degli educatori. Più recentemente anche gli psicologi hanno iniziato ad utilizzarla, soprattutto quelli che si occupano di organizzazione del lavoro. Ognuno di questi professionisti lo utilizza nel proprio particolare senso, ma in ognuna di queste accezioni si intravede facilmente un significato di fondo comune: empowerment è un’attività educativa finalizzata a sostenere lo sviluppo del potere individuale. Grazie all’intervento di un operatore specializzato (consulente, counselor, psicologo, assistente sociale…) la persona che è in un processo di empowerment è stimolata e condotta  a trovare da sé le risorse necessarie per il proprio sviluppo. Queste risorse mentali o materiali sono il risultato e allo stesso tempo il mezzo dell’avanzamento (emancipazione?) di una persona.

In questo periodo estivo mi sono ritrovato a riflettere più che sulla parola empowerment sulle pratiche di empowerment a cui ho partecipato/contribuito/usufruito nelle comunità degli inner city irlandesi. Per 6 anni sono stato parte dello staff di Community Technical Aid come progettista e operatore su progetti di rigenerazione in aree estremamente povere dei centri urbani.

La pratica quotidiana dell’empowerment mi ha portato ad aver a che fare con gruppi piuttosto che individui. Lo sviluppo individuale era una sorta di sottoprodotto dell’attività portata avanti in una comunità locale. Ciò significa che la mia attenzione e quella dei miei colleghi era sintonizzata quasi esclusivamente sui gruppi (le dinamiche nei gruppi nascenti, i problemi di crescita, necessità organizzative, supporto politico). Persino nelle delicate operazioni di identificazione di leaders locali, individui con capacità di aggregazione, motivazione e spinta all’azione, l’adeguatezza del profilo psicologico pesava decisamente meno del riconoscimento e del curriculuum.

Il fuoco dei dibattito pubblico sull’empowerment molto raramente si concentrava sulla definizione del progresso individuale, anche in presenza di esponenti dell’accademia o di specialisti della “mente”. Il progresso (se di progresso si parlava) era sempre riconducibile alla creazione di premesse politiche e sociali nel quale un eventuale sviluppo anche a livello individuale potesse essere sostenuto. Un certo grado di teorizzazione era presente solo rispetto ai modi in cui agevolare la crescita di una comunità, all’eventuale effetto di rinforzo di vari interventi magari su gruppi differenti (minori a rischio, ragazze madri, tossicodipendenti), alla circoscrizione di un ambito di comunità (di Community) autonomo e ben distinto da quello del servizio pubblico (Statutory).

Persino il riferimento allo sviluppo personale degli operatori, ritenuto uno degli strumenti base negli interventi di successo, riceveva relativamente poca attenzione.  La formazione sul campo era indicata da operatori di grande esperienza come la via più efficace per l’acquisizione di competenze relazionali e personali. La formazione di tipo più accademico aveva come baricentro la simulazione quanto più realistica di situazioni simili a quelle presenti nelle comunità (role-play, simulate, discussione con scambi di ruolo).

Solo in rari momenti di scambio privato con altri operatori si potevanano sentire osservazioni relative all’impatto personale del lavoro di comunità, sulla necessità di entrare in prima persona in un processo di empowerment. Nonostante la diffusione di pratiche di sviluppo personale tra gli operatori (a vario grado distanti dalla “terapia” individuale o di gruppo) poco o nulla dei fondamenti teorici di quelle pratiche si trasformava in lavoro su singoli individui all’interno delle comunità: l’obiettivo risiedeva, costantemente, nell’efficace organizzazione dei gruppi.

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