Counseling: Imparare nuove attitudini

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Il gestalt counseling sostiene i clienti a sviluppare nuove attitudini. L’attitudine è un modo di vedere le cose mentre si agisce su di esse, è un modo di pensare-agire. Continua a leggere »

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Cosa significa sostenere

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Sostegno è una parola che nel counseling gestalt ricorre spesso. Il counselor sostiene il cliente, non lo supporta, né lo indirizza, né gli offre una linea guida da seguire.  Sostenere significa restare in un rapporto empatico con qualcuno che viene dal counselor perchè non è efficace nel dare risposte ai propri bisogni reali. Il sostegno è la capacità di entrare con un’altra persona in un processo di scoperta dei suoi bisogni attuali e della miglior soluzione per dare risposta a questi bisogni.

Ogni individuo trova nell’ambiente una risorsa dove sono disponibili allo stato potenziale una grande varietà di relazioni, beni materiali e immateriali che potrebbero soddifare i bisogni reali.  A differenza di quanto siamo portati a pensare il mondo ci offre grande abbondanza di opportunità di cambiamento e sviluppo: è il singolo individuo che si impedisce in vari modi il contatto con quest’abbondanza. Alcuni di noi si fermano ad “immaginare” il loro contatto con il mondo e semplicemente ne “parlano”, altri ancora si impediscono di “selezionare” ciò che più gli/le interessa (restando nel vago),  o di agire in modo efficace per prendersi ciò di cui hanno bisogno.

Il counselor gestalt è un professionista che ha imparato (e si mantiene in un processo continuo di apprendimento di) cosa impedisce a sè stesso di ottenere ciò che vuole. Il sostegno che il counselor dà al cliente è un’educazione alla pratica di sintonizzarsi su ciò che veramente conta per lui/lei in questo momento. Questa educazione non è dogmatica e non passa attraverso dei concetti: passa attraverso l’esperienza di portare attenzione alle proprie emozioni, alle proprie azioni e ai propri pensieri. In questi termini il sostegno altro non è che un’educazione alla consapevolezza.

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Counseling e ricollocazione

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Con la crisi molte aziende decidono di creare degli scivoli di uscita per il personale dipendente. La riorganizzazione dei processi produttivi e le dinamiche di mercato possono creare le condizioni per cui ad un’azienda risulti economico licenziare un gruppo di dipendenti, fornendo una buona uscita e magari un percorso di formazione ad hoc. Percorsi personalizzati di accompagnamento ad una nuova vita lavorativa  sono previsti per il management; a volte percorsi di riqualificazione sono presenti per i quadri o per quelle che una volta venivano chiamate “le maestranze”.

I processi di ricollocazione del personale aziendale possono risultare dolorosi e disorientanti per il singolo lavoratore, soprattutto se non tengono in considerazione la necessità di accompagnare l’ex dipendente in un reale processo di cambiamento. Questo cambiamento ha in sè i segni di un possibile miglioramento ed offre all’individuo una chance di vedere la propria vita professionale in un’ottica nuova. Potenzialmente OGNI outplacement è l’alba di una nuova vita; perchè i semi di questa nuova vita siano gettati occorre che la persona sia accompagnata a vedere il proprio potenziale, ad affrontare i timori e l’ansia inerente ad ogni momento di cambiamento.

Il counseling gestalt è un’approccio pratico-teorico di grande valore nei processi di ricollocazione per questi motivi:

- E’ un approccio per sua natura finalizzato a migliorare l’adattamento dell’individuo alla situazione attuale e all’ambiente

- Fornisce strumenti pratici per la gestione dell’ansia nel qui-e-ora, porta l’attenzione dei clienti sulla propria fisicità ed emozionalità

- Fa dell’emozione la vera chiave per accedere a nuovi modi di pensare e di vivere

- Offre alla persona strumenti per supportare se stesso e per trovare nell’ambiente persone e servizi che gli/le diano il supporto che non può venire da sè stesso

- E’ un buono strumento per raccogliere, raccontare e ri-strutturare la propria vita professionale e personale

- La gestalt ha un basso livello teorico e si basa sull’esperienza vissuta di trainer e clienti

- Mette l’accento sulla responsabilità personale nel trovare un buon adattamento alla situazione attuale

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Il cappello aziendale

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Fare un certo lavoro significa molto per molte persone. Avere un lavoro, un titolo e un ruolo, magari in una grande azienda è una parte importante della personalità di molti individui oggi. Più che lo status, legato al censo e in definitiva al consumo, ciò a cui teniamo di più è un’insieme di convinzioni ed attitudini che mettiamo in atto costantemente durante il lavoro, nell’operatività quotidiana. Facciamo certe cose in ambito aziendale quindi siamo un certo tipo di persona. E’ come se la nostra operatività ci rimandasse una certa immagine di noi, che si cristallizza sottoforma di “io”.

Si spendono molte ore con il cappello aziendale in testa (soprattutto in questi giorni di “crisi”). Con quel cappello in testa ci si presenta ad altri, si prendono decisioni che possono avere impatto sui sottoposti. Con quel cappello in testa si deve rendere conto di come si è svolto un lavoro, con quale efficienza e quale efficacia. Spesso nei progetti lavorativi vengono investite moltissime energie, tempo e vita. Il risultato è quello di avere una vita professionale di successo, che garantisce soffisfazione oltre alla sussistenza. Quella vita professionale rimanda anche un quadro della persona, delle sue caratteristiche peculiari, frequentemente risponde alla domanda “chi sono io?”.

Con gli anni, e anche con la passione per un certo lavoro, i comportamenti e le attitudini lavorative tendono a diventare parte integrante di una persona; possono diventare tratti dello stile di una persona che sono messi in campo anche nella vita privata, quella lontana dall’azienda. Il counseling serve – in alcuni casi -  a togliere il cappello aziendale dalla testa e valutare quanti e quali di quei comportamenti sono efficaci nella vita quotidiana fuori dal lavoro. Quanti dei comportamenti messi in atto per rispondere ai bisogni aziendali sono di fatto utili anche a casa, con la moglie e i figli? Aiutano la coltivazione di amicizie e relazioni personali soddisfacenti? Sono valutazioni che ogni persona ed ogni cliente fa grazie alla possibiltà di “togliersi il cappello aziendale” e riflettere in un ambiente protetto a cosa quel cappello significhi. Quanti sforzi si sono fatti per ottenerlo, quanta parte della vita ha preso, quanta soddisfazione ci ha dato. Può essere utile, in certi momenti della propria vita fare du chiacchiere con quel cappello, un po’ come se appartenesse ad un estraneo – per osservare quanto spesso entra nei nostri discorsi e nei nostri valori.

Il counseling gestalt facilita questo discorso aperto e franco con il nostro ruolo professionale, con le scelte fatte nella vita con lo scopo di prendere nuova forza per un cambiamento che a volte si rende necessario. Chi ha detto che quel cappello non si possa sistemare, o che non se ne possa andare a cercare uno che ci rappresenta meglio, più intimamente.

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“Psychiatry in a new key” di Fritz Perls

In un manoscritto non pubblicato di Perls dell’inizio anni ‘50, scaricabile dal sito gestalt therapy page c’è un riferimento diretto all’esperienza del lutto e della perdita. Perls presenta due mini-casi: un uomo che non riesce a rassegnarsi al fatto di aver perso una gamba e un uomo che a seguito della morte del padre ha versato solo un ‘rivoletto di lacrime’. Qui di seguito desidero mettere questi due esempi nel contesto dello scritto di Perls e trarre alcune conclusioni relative, non tanto a cosa Perls pensasse “veramente” del lutto, quanto ad alcune possibili indicazioni per il lavoro di counseling e psicoterapia (per altro già note).

L’uomo che ha perso una gamba “sopporta la situazione con un sorriso e irrigidendo il labbro superiore. Qualsiasi depressione o infelicità che inizia a sviluppare è interrotta con una tetra determinazione ad ‘aggiustare se stesso’. Continua a considerarsi come un uomo che ha due gambe e che ne ha persa una, continua a trovarsi nella posizione di essere senza una gamba e sopportare la situazione. Non è sufficiente portare la croce, deve attraversare la crocifissione per risorgere come un un nuovo e differente organismo, un organismo mono-gamba con un equilibrio differente e un altro potenziale rispetto a prima” (pag. 15).

L’uomo che non ha pianto a sufficienza suo padre dice “di essersi sentito sollevato quando la persona che dominava e regolava la sua vita è morta. [...] Ma nel suo non risolvere il lutto lo mantiene vivo, ha introiettato il vecchio uomo. Continua ad avere fantasie relative al padre, di lui che gli da ordini, di se stesso che ha ancora bisogno di lui per decidere. Solo dopo aver attraversato il suo lutto, la sua solitudine, potrà rinascere per quello che è, non un orfano ribelle, ma un uomo adulto che ha bisogno di ’supporto esterno’ e guida” (pag. 15).

Nelle prime pagine di Psychiatry in a new key Perls rende noto che il suo obiettivo è il chiarimento linguistico di alcuni concetti cardine della Gestalt per redimere delle confusioni terminologiche depositate nel linguaggio comune e nell’armamentario psicanalitico del suo tempo. Il lavoro di chiarimento impiega i termini di attenzione, fantasia, coscienza e deliberatezza dell’atto per rifocalizzare l’attenzione del lettore troppo abituato a termini imprecisi e carichi di storia come mente/corpo, conscio/inconscio, istinto, libero arbitrio/determinazione. L’intento di Perls è quello di sostituire alcuni termini che nell’uso psicoanalitico sono stati sostanzializzati, (reificati, in altre parole resi dogma) ricorrendo a descrizioni fenomenologiche, fedeli all’esperienza piuttosto che ad un quadro teorico prestabilito.

Perls inserisce i due casi sopra citati nella parte del testo in cui si ripromette di chiarire i concetti di libero arbitrio e determinazione. Secondo Perls, la teoria istintuale di Freud limita eccessivamente l’area di libero arbitrio individuale. Per la psicanalisi ortodossa la repressione dell’istinto a livello individuale crea il sintomo secondo un meccanismo piuttosto automatico e sul quale la singola persona non ha alcun controllo o visibilità: “come possiamo parlare di cosa fanno gli istinti se non siamo nemmeno coscienti di essi?” (pag 14). Per Freud l’istinto e le resistenze messe in atto dall’individuo risiedono ampiamente sotto il livello di coscienza dell’individuo. Solo gli psicoanalisti (freudiani, ortodossi, degli anni ‘50) sono convinti di poter portare alla luce il senso del sintomo, il suo contenuto represso. Di tale estrazione di senso e della successiva condivisione con il paziente consiste il lavoro psicanalitico tradizionale.

La descrizione dei due mini-casi dimostra come in Gestalt non si lavora all’estrazione di un senso del sintomo o alla dinamica della repressione. Piuttosto il sintomo (non l’istinto o la repressione) è ciò con cui il paziente interagisce “ciò che facciamo, e lo facciamo frequentemente, è di interferire con con quei segni e sintomi […] lo facciamo interrompendo il processo in atto” (pag. 14). Nel caso dell’uomo che ha perso la gamba egli continua volontariamente ad ‘aggiustare se stesso’ e ad interrompere il processo di diventare un completo uomo mono-gamba. Nel caso dell’uomo che ha perso il padre, egli continua volontariamente a restare aggrappato al sé bisognoso di suo padre, interferendo volontariamente con la sua evoluzione in un uomo separato.

Il supporto offerto dal counselor “deve essere l’insegnamento della non-interruzione”. “Ma come possiamo fare questo senza cadere nell’errore di interrompere l’interruzione?” (pag. 15) . La prima indicazione è quella di non interpretare, non cercare un secondo senso, profondo, a ciò che osserviamo: “se uno si sintonizza sulle interruzioni, egli ha di fronte a sé, l’intero quadro clinico. Non deve indovinare né interpretare.” (pag 16) in questo modo il terapeuta non si trova a lavorare con materiali sottoposti a censura, ma direttamente con il censore, una modalità di interruzione messa in atto direttamente dal sé.

La seconda indicazione è relativa allo svolgimento del lutto che ha una manifestazione piena, sentita e dolorosa, come l’attraversamento di una crocifissione e l’attraversamento di un dolore. Perls riconosce a Freud la maestria nel documentare il processo“che può essere completato con vera necessità, con una parte del sé, attraverso una profonda afflizione e tristezza, per esempio di quella parte che era in contatto con l’amico deceduto” (pag 15). Il lutto non è qualcosa che può essere esperito parzialmente o sommessamente.

La terza indicazione è relativa alla distruzione di parti si sé come una modalità dell’interruzione di contatto, un’interruzione di tipo definitivo, irreversibile – precedente il ritiro (ultimo stadio del ciclo). L’uomo che ha perso la gamba deve prima di tutto distruggerla dentro di sé; l’uomo che vive solo parzialmente il suo lutto deve ‘rinascere’. Solo al termine della distruzione può avvenire il ritiro, rientro verso di sé e reinizio di una nuova vita.

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Storia della follia italiana (online)

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A questo link si può leggere e scaricare un libro pubblicato da Marsilio Editore che raccoglie alcuni saggi scritti negli anni ‘70 e ‘80 da Mario Galzigna.  Per alcuni versi questo volume è una Storia della follia scritta da uno storico della psichiatria italiano, a qualche anno di distanza dal lavoro pionieristico di Michel Foucault. I saggi prendono in esame i prodromi ottocenteschi della clinica psichiatrica con l’intento di descrivere lo sfondo dal quale è emersa la clinica del novecento, l’istituzione con cui gli esponenti dei movimenti di umanizzazione (tra cui Basaglia) hanno dovuto fare i conti.

Ho letto con interesse il primo saggio “la voce dei soggetti” che illustra il metodo storico utilizzato da Galzigna per descrivere  le pratiche sanitarie, cliniche, amministrative, politiche, psichiatriche, mediche e di polizia che per tutto l’ottocento sono state vive nel manicomio di San Servolo a Venezia. Questo saggio introduce i lineamenti di un metodo storigrafico modellato sull’analisi di documenti storici ed archivi, non distante da quello praticato dalle Annales: le spiegazioni storiche sono sostenute da cartelle cliniche, registri, descrizione di casi clinici e manoscritti vergati soprattutto da psichiatri ma anche degli internati.

Il metodo storico che Mario Galzigna presenta esclude l’esistenza di un senso “vero” che dovrebbe essere in qualche modo nascosto nei muti registri e archivi. L’operazione, onesta, è quella della creazione di un “intrigo” (pag. 17), ovvero la tessitura di una matrice complessa di ipotesi su come gli eventi registrati in quelle pezze burocratiche hanno formato e sono state formate dalle esperienze vissute di pazienti, medici e psichiatrici. I documenti presi in esame sono di quattro specie: le “buste maniaci” (raccolta di documenti clinici e dati anamnestici individuali rilasciati da vari ospedali, comune, ed enti di carità), le “buste esibiti” (carteggi amministrativi tra il manicomio vari enti di polizia ed amministrativi, note spese), i “registri” (registri di spesa, di farmacia, di entrata/uscita dei degenti, di morte) e le “cartelle cliniche” compilate dagli alienisti.

Sullo sfondo del secolo che vide la maggior espansione della burocrazia, l’archivio rappresenta una fedele registrazione di eventi puntuali che si sono verificati durante tutto il XIX secolo in un ospedale psichiatrico (lettere di amministratori, conti economici, registri degli internamenti nella struttura, referenziamento e trasferimento da e ad altre strutture, registrazioni dello stato del paziente, misurazioni medico-scientifiche, date degli incontri con i medici, descrizioni dei trattamenti, notazioni teoriche degli “alienisti”, diagnosi, scritture datate di cui i pazienti sono autori). Il semplice fatto che quei registri sono stati stampati e poi compilati e quelle note siano effettivamente scritte sono traccia reale di pratiche che hanno avuto come oggetto i corpi e le menti dei degenti. Allo stesso modo quelle registrazioni testimoniano il modo in cui quelle pratiche sono state messe in atto da parte di individui e gruppi professionali ognuno con il proprio orientamento teorico/clinico e la propria funzione clinica, amministrativa, politica, religiosa o clinica.

Uno dei risultati (o dei sottoprodotti) dell’applicazione di un tale metodo è che tutte le persone istituzionalmente in carico di gestire il malato giocano ruoli piuttosto immutabili. Sono all’interno di qualche processo, ad apporre una firma, segnare una dimissione, compilare una diagnosi, scrivere una lettera per l’ampliamento di uno stabile o per ottenere il finanziamento di un progetto.  L’immutabilità di questi ruoli proviene da una scelta individuale reiterata da parte dei reali individui storici: quando un essere vivente compila un modulo, firma un registro,  sottoscrive cioè un evento registrato abiura ad una parte di sè – quella che potrebbe non firmare, non sottoscrivere, giocare un ruolo fuori da quell’istituzione. Quello che ci resta nell’archivio è una traccia di come le cose non siano andate differentemente: all’aleatorietà e pericolosità della scelta di non firmare, non sottoscrivere, sono state fatte scelte supportate dall’istituzione, condivise dall’individuo. Non possiamo fare alcuna valutazione sulla moralità di quelle scelte, se quegli psichiatri fossero o meno in buona fede, possiamo dire che hanno apposto firme, registrato degenze INVECE che non.

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Il corpo mulo

Donkey

“Il corpo-mulo deve essere magro, il corpo-mulo dev’essere forte, il corpo-mulo dev’essere un’eccellente praticante di yoga, il corpo-mulo deve apparire giovane, deve lavorare diciotto ore al giorno, deve aiutarmi a raggiungere i miei obiettivi. Non pensiamo che il nostro corpo possa essere più intelligente di ‘me’, del mio prezioso me-stesso, del mio ego conscio”.

Reggie Ray

Per cambiare possiamo invitarci a smettere di trattare il nostro corpo come un mulo, come un’animale che fa il lavoro pesante per noi, per la nostra testa e il nostro ego. Abbiamo tutti obiettivi e scopi nella vita, ma raramente il corpo è uno di quelli. Il nostro corpo deve fare il lavoro sporco, darci energia, sostenerci, dare gambe ai nostri sogni. E guai se no lo fa! Guai se ci da un mal di schiena proprio quando dovevamo fare quel colloquio di lavoro, se ci troviamo con la varicella proprio il giorno prima della tanto agognata vacanza. Il corpo ci si mette di mezzo, ci impedisce di fare quello che vorremmo, ciò che avevamo progettato di fare! In alcuni casi si può arrivare alla rabbia contro il corpo: perchè mi fai questo corpo-asinello? Perchè non mi sostieni? Non avevamo deciso che dovevamo fare questa cosa, per forza?

In alcuni casi, particolarmente reticenti di sordità al corpo, occorre una malattia, un affaticamento profondo, il male delle ossa con l’avanzare degli anni, l’attacco di panico, l’ansia o l’angoscia, magari un incidente per farci togliere i tappi dalle orecchie. E come abbiamo fatto ad ignorare quel pallore che avevamo sul viso? quei segni sotto gli occhi. La curva pesante delle nostra schiena non diceva già di per sè che eravamo stanchi?  E quella gioia e voglia di correre e cantare che ogni tanto ci prende, come dal nulla, da dove viene?

Ascolto e attenzione al corpo sono strade maestre del cambiamento, qualsiasi genere di cambiamento. Occorre focalizzare il nostro “udito” interiore ai muscoli, alla pancia, alle ossa, alle mani. Stare a sentire queste bistecche di carne che ci portiamo a spasso ogni secondo della nostra esistenza terrena. Stare a sentire e lentamente accorgersi della loro intelligenza specifica. Si, anche il corpo ha una sua intelligenza, evidente, saggia e per lo più ignorata ed inascoltata. E’ la curiosità al suo esistere accanto e dentro di noi che può spingere il nostro interesse a rivolgersi verso il corpo, all’esperienza di vivere nei nostri piedi e nelle nostre ossa qui e ora, in ogni istante.

Certo dal corpo possono venire sensazioni anche poco piacevoli: rigidità, dolore, tensione. Occorre osservare per un po’ anche queste esperienze solifidicate che sono nel nostro corpo, con umiltà – restituendo alla voce del corpo-asinello la  sua ‘ragione’. E’ un lavoro lento ma stimolante quello di stare ad ascoltare ciò che viene dal nostro corpo fermo o in movimento, lasciando che la ragione e l’ego vadano sullo sfondo. Con pazienza i nodi si sciolgono, le tensioni fanno spazio a mobilità e flessibilità del corpo oltre che della mente. Un piacere semplice, quotidiano e realissimo emerge all’attenzione di chi ha la pazienza e la costanza di mettere il corpo e le sue ‘esigenze’ tra le proprie priorità. Le priorità del corpo-mulo possono stare benissimo accanto alle priorità ed obiettivi della vita pensante, possono colorarsi l’una dell’altra senza causare stanchezza, scissione, fatica o giudizio. Anzi, a dirla tutta, ci può essere ehm… (quasi mi vergogno a dirlo) fluire e gioia.

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Anti-marketing della professione di aiuto

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Forma assai rudimentale di professione d’aiuto

Il 6 Aprile 2010 alle ore 21.00
presento

“Anti-marketing delle professioni d’aiuto”

ad amici, compari, curiosi e potenziali clienti presso TOPOS, Via Pinelli 23 – Torino

Da quando ho lasciato il marketing per fare il Counselor ho coltivato il sogno di creare (anche per “riparazione”) un anti-marketing applicabile alle professioni d’aiuto. Ne è uscito un marketing che sostiene la consapevolezza dei propri bisogni veri, ed esclude quelli indotti. C’è ora materiale per un laboratorio esperienziale di due giorni sui modi e gli strumenti della promozione della professione di cura.

Ingresso gratuito. Il laboratorio si terrà il 24-25 Aprile 2010.

Mi farebbe piacere incontrare persone che hanno interesse nella professione di cura (di ogni orientamento e credo). Vorrei anche reincontare chi di voi, di altri settori e con generosità, mi ha fornito idee e ed esempi. Qui maggiori info.

Fatemi sapere se venite con qualche giorno in anticipo, a presto. Piergiulio Cell 327.6640527

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