Mollare la presa – note workshop IBTG Feb 2010

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La maturità degli adulti consiste in una cautela timorosa per tutto ciò che riguarda la realtà attuale, l’adulto proietta in essa le pazzie peggiori e opera razionalizzazioni tra le più sciocche. F. Perls e altri – Teoria e pratica della terapia della gestalt

Fritz Perls – usando un linguaggio hippie e provocatorio – chiamava mindfucking l’autonomizzarsi dell’attività di pensiero a discapito dell’azione nel mondo: trombare con la mente invece che con il corpo reale, trovare soddisfacimento ad un proprio bisogno nelle parole invece che là fuori nel mondo reale. La scelta di questo termine e l’uso che Perls ne fa illustra la fascinazione potente, sensuale e seducente che le parole e il mondo astratto dei concetti esercita su ognuno di noi. Questa fascinazione è però piuttosto sterile quando si stacca dal corpo vissuto nel qui-e-ora. Il mindfucking di Perls fa riferimento a situazioni in cui una persona non è autentica,  si parlia addosso, fa delle interpretazioni di sè stessa di tutto ciò che dice e pensa. E’ nel fondo un prendersi troppo seriamente perdendosi in auto-giustificazioni, accuse e riparazioni. Essere “phony”, falsi ed inautentici, era un’altra esperessione usata da Perls per descrivere questo stato dei fatti.

Questa fascinazione delle parole è così diffusa che le interruzioni di contatto spessissimo fanno leva sulla tendenza umana ad infatuarsi dei discorsi e a farsi trasportare da essi. Il discorrere confluente tra due persone è superficiale, sta all’altezza delle loro teste, l’egotismo è un rinserrarsi dentro la propria testa producendo un monologo dell’interpretazione di sè. La retroflessione può prendere la forma di un’auto-accusa, un discorso debilitante tra sé e sé di cui l’altro è solo spettatore. La proiezione è una produzione mentale di giudizi, critiche e accuse.

Nella tradizione buddista la parola che indica l’operazione di farsi agganciare e lasciarsi sedurre dalla potenza del dialogo mentale è più sobria di quella inventata da F. Perls, si chiama proliferazione (in lingua Pali: papancha). Papancha è un lasciarsi condurre dai processi mentali, salire sul treno del susseguirsi ininterrotto delle associazioni mentali e perdersi in esso. Papancha viene descritta come la tendenza della mente a creare pensiero dal pensiero. E’ anche un persistente dimenticarsi di cosa stavamo dicendo e facendo, una perdita di continuità della coscienza.

Facciamo esperienza di papancha quando guidando restiamo immersi nel flusso dei nostri pensieri e ci ritroviamo dall’altra parte della città “senza sapere come”. “Sono stato sopra-pensiero” si dice in questi casi, in un luogo sopra il pensiero. Ma dove siamo stati per mezz’ora guidando con il pilota automatico? Non abbiamo relamente visto strade, palazzi, alberi, semafori e pedoni. Non siamo stati consapevoli di alcun odore di smog, forneria o arbre-magique.  Non ci siamo lasciati toccare dai suoni della strada e della città. Magari abbiamo prestato poca attenzione persino al contenuto dei nostri pensieri, che comunque ci sono stati – hanno proliferato in nostra assenza. Un modo tecnologico di sperimentare proliferazione è quello di navigare in internet di link in link lasciandosi incantare dall’accumulo di informazioni che si accumulano strada facendo, senza un piano. Un’altro modo tecnologico è lo zapping televisivo.

Sia mindfucking che proliferazione fanno riferimento ad una produzione di pensiero o di parole effettivamente pronunciate, che portano ad un impoverimento della comunicazione reale con se stessi e con altri. Per Perls la proliferazione di pensieri e parole superficiali, non autentiche, staccate dal sentire porta alla sterilità del dialogo con altri e alla mancanza di azione nel mondo. Per i buddhisti la proliferazione semplicemente “addormenta” la coscienza.

Se papancha è il proliferare dei pensieri e delle immagini presenti nei nostri processi mentali la forza specifica che ci tiene legati ad essi è l’attaccamento (o brama). L’attaccamento è la causa della proliferazione. Con questa parola nel buddhismo si definisce un’inclinazione e una tendenza umana ad identificarsi (restare attaccati) non solo ai pensieri ma anche ad emozioni, sentimenti, parti di sè, “giochi” interpersonali. Questo attaccamento è fonte di una sofferenza sostanziale che tutti sperimentiamo, quella di trovarci in un mondo che non è sotto il nostro controllo, la cui imprevedibilità supera la nostra capacità di pre-vedere o pro-grammare. L’eliminazione dell’attaccamento – e del dolore connesso- è il compito di una vita, un’operazione paziente che può condurre gradualmente all’illuminazione.

Perls non professava la necessità di intraprendere una pratica formale per raggiungere uno stato di grazia. In modo simile a quello dei monaci buddhisti è stato un sostenitore del mantenersi svegli ed aperti a tutto ciò che viene a far parte della nostra esperienza qui-e-ora. La realtà è quella che passa prima di tutto dai nostri sensi, che sono attivi esattamente in questo momento in cui sono vivo e presente. Il pensiero è un’elaborazione di secondo grado della vita sensuale – utile, valida, indispensabile alla vita sociale – ma sicuramente meno originale. Il pensiero, lasciato a se stesso, può venire ad esercitare una presa molto forte su di noi – può diventare realtà prima.

La meditazione è un modo per mollare la presa del dialogo interiore, prima di tutto diventandone coscienti – mettendoci nella condizione di essere svegli davanti ad esso. Mollare la presa è un buon esercizio di base per un counselor, aiuta a prestare attenzione al cliente invece che a ciò che passa nella sua testa. Oggi facciamo alcuni esperimenti che ci invitano a mollare la presa del  dialogo interno, il che non significa che staremo zitti, o che ci sforzeremo di non pensare o di creare qualche sorta di vuoto interiore. I pensieri esistono, fanno parte della nostra vita quotidiana, sono utili per la nostra vita. Proveremo semplicemente a fare esperienza di ciò che accade qui-e-ora tra noi, di portare attenzione alle informazioni che provengono dai nostri sensi, accanto a ciò che pensiamo, vogliamo e discutiamo nelle nostre teste. Il processo di pensiero una tra le tante cose che accade dentro di noi e tra di noi, niente di speciale.

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